EDITORIALE

SAMUEL BECKETT: L’UOMO CHE CAMBIO' IL TEATRO

Doppio anniversario per uno dei maggiori drammaturghi del Novecento: Famule Beckett, nato a Dublino il 14 Aprile 1906, premio Nobel per la letteratura nel 1969, morto a Parigi il 23 Dicembre 1989.

Egli, che aveva vissuto la sua giovinezza a Parigi, amico di Joyce, ed aveva scelto il francese quale lingua per i suoi scritti, giunse al teatro nel pieno della maturità.

E’ del 1949 l’opera che dette uno scossone alla tradizione teatrale: “Aspettando Godot”, un vero capolavoro rappresentato in tutto il mondo, una commedia dove non avviene nulla di concreto, dove è impossibile determinare l’identità dei personaggi e prevale un simbolismo esasperato, i dialoghi non hanno senso compiuto e le azioni non hanno una logica consequenzialità e tutto si svolge e si risolve nell’attesa, metafora della vita.

Questa rivoluzione, basata sull’assurdo, nel non senso, sul superamento di ogni regola, trova il suo apice in “Finale di partita” del 1957, dove il linguaggio perde ogni significato e tutto è pervaso da un senso di dissoluzione.

Nei lavori successivi, quasi tutti scritti nella sua lingua madre (L’ultimo nastro di Krapp del 1959, Giorni felici del 1961, Commedia del 1964, Non io del 1973), il dialogo scompare sostituito da monologhi narranti e, nella strenua ricerca dell’essenziale, viene esaltata la teatralità dell’immagine.

Tutto il teatro moderno, le avanguardie e gli sperimentalismi, devono molto alle innovazioni introdotte da Beckett, con il superamento dei generi (nella difficoltà di classificare le sue opere esse vengono definite per lo più “tragicommedie”), lo svuotamento della forma, l’interrogarsi continuo sulla vera essenza dell’evento teatrale.

Di umili origini, iniziò la sua carriera come decoratore di porcellane e, dopo aver partecipato al conflitto franco-prussiano nel 1871 – 72, allesti con un gruppo di amici, al famoso Salon di Parigi, la prima mostra degli impressionisti, così chiamati dal titolo di un dipinto di Monet “Impressione, sole nascente”.

Nasceva così ufficialmente una corrente artistica di particolare rilevanza, tuttora amata ed apprezzata, che annoverava tanti giovani talenti come Cezanne, Sisley, Manet, Pissarro, Degas.

Quella mostra e la successiva del 1876 non ebbe successo, anzi subì feroci stroncature dalla critica, ma un quadro di Renoir “Il palco” riscosse giudizi favorevoli, un tributo ad una tecnica raffinata, fatta di tenui colpi di pennello, di leggere sbavature, di appropriati contrasti di colori.

Solo all’età di quarant’anni il suo genio venne compreso appieno e terminò la sua vita di stenti.

Nel 1881 iniziò una lunga vacanza in Italia, dove, a contatto con i capolavori classici e rinascimentali, la sua arte trasse nuova linfa, un maggior rigore formale ed una nuova corposità.

Diventò ricco e famoso (nel 1890 fu insignito della Legion d’Onore), patì numerosi malanni tanto da farlo sembrare più vecchio di quanto in realtà fosse.

Passò gli ultimi decenni di vita sulla riviera francese continuando a dipingere senza sosta, dedicandosi anche alla scultura.

Di lui restano centinaia di opere dallo stile inconfondibile, molti ritratti, paesaggi, ove trionfa sempre la luce e traspare la sua straordinaria sensibilità nei confronti della natura e della psicologia dei personaggi.

Chi ha avuto modo di visitare una mostra delle sue opere -memorabile quella tenutasi a Roma pochi anni or sono- non può non essere rimasto colpito dalla genialità di un artista senza tempo, capace di suscitare forti ed indelebili emozioni.

Va ricordato che il suo secondo figlio, Jean (nato nel 1894 e morto nel 1979), è stato uno dei più famosi registi cinematografici.



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